Territori contesi
   

Territori contesi

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    Il mantra dell'occupazione
    Nel 1967, Israele combatté una disperata guerra di autodifesa e, nonostante le enormi disparità, vinse. Ne conseguì che non solo lo Stato ebraico sopravvisse, ma entrò anche in possesso di altre terre, che costituiscono un territorio di importanza vitale per la sua sicurezza.
    La Guerra dei sei giorni e le sue conseguenze si ripercuotono ancora oggi in tutto il Medio Oriente. Una chiara comprensione di come e perché Israele sia entrato in possesso di questi territori nel 1967, e la consapevolezza del nesso che lega Israele a queste aree sono componenti essenziali di qualsiasi discussione onesta ed equilibrata sul loro status attuale. Queste informazioni hanno assunto una particolare importanza alla luce della situazione attuale e del tentativo palestinese di ridurre un conflitto così complesso a un singolo problema: la presenza di Israele in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.
    I palestinesi e i loro sostenitori stanno tentando di promuovere la loro causa incanalando tutti gli eventi attraverso il “prisma” dei territori contesi. Così facendo, essi sono riusciti a fuorviare ogni riscontro fattuale, riscrivendo o ignorando la storia e reinventando il diritto internazionale a servizio dei loro obbiettivi. Ma i fatti non devono essere dimenticati.
     

     
    Contesi, non occupati
     
    Vari portavoce palestinesi e i loro sostenitori hanno compiuto grandi sforzi per far passare la tesi secondo cui uno stato di occupazione è - per definizione - illegale. Questa ingenua affermazione non è suffragata né dal diritto internazionale né dagli accordi tra Israele e l’Autorità Palestinese ma, continuamente ripetuta, costituisce un tentativo di creare delle nuove norme internazionali.
    In primo luogo, l'ordinamento giuridico internazionale non vieta l’occupazione, piuttosto esso disciplina tali situazioni. Molti stati hanno mantenuto e mantengono dei territori presi nel corso di una guerra - in particolare una guerra di autodifesa - finché non è stato raggiunto un trattato di pace.
    In secondo luogo, lo status attuale della Cisgiordania e della Striscia di Gaza può essere definito solamente da un accordo tra le parti, così come israeliani e palestinesi decisero di comune accordo nel Trattato di Oslo.
    Infine, non vi era alcuna sovranità stabilita nella Cisgiordania e nella Striscia di Gaza prima della Guerra dei Sei Giorni. Pertanto, quando un territorio privo di una sovranità diviene possesso di un stato parte di un contenzioso - in particolare durante una guerra di autodifesa - quel territorio può essere considerato conteso
     

     
    4000 anni di storia
     
    Gli ebrei hanno vissuto in Giudea e Samaria (Cisgiordania) e nella Striscia di Gaza ininterrottamente per 4000 anni, sin dall’epoca biblica e per tutti i secoli successivi. La sovranità ebraica è durata per 1000 anni in quelle aree, che furono la culla della civiltà ebraica. Molti dei più antichi luoghi santi ebraici, inclusa la Tomba dei Patriarchi (il luogo di sepoltura di Abramo, Isacco e Giacobbe), sono situati in queste aree. Le comunità ebraiche prosperarono a Gaza durante l’XI secolo, e altre aree, come Hebron (dove gli ebrei vissero finché non furono massacrati, nel 1929), furono abitate da ebrei per tutti i quattrocento anni di dominio Ottomano e da molto prima. Ulteriori comunità ebraiche fiorirono durante l'amministrazione del Mandato Britannico che sostituì l'Impero Ottomano nel 1918.
    I Palestinesi sostengono spesso che gli ebrei siano dei colonizzatori stranieri in territori con i quali non hanno mai avuto un legame precedente. La maggior parte del mondo arabo considera tutto Israele -e non solo i territori contesi- come un cancro nella regione. Tali affermazioni mirano a cancellare i legami ininterrotti del popolo ebraico con la loro antica terra natia.
    Queste affermazioni servono anche ad alimentare il mito che un stato palestinese esistesse nell'area prima della fondazione dello Stato d'Israele. In realtà nessuno stato arabo o palestinese indipendente è mai esistito nell'area nota come Palestina.
    Comunità ebraiche nella terra di Israele dall’antichità ai tempi moderni
     

     
    E l’occupazioni giordana ed egiziana?
     
    La presenza ebraica nella Cisgiordania e nella Striscia di Gaza è cessata soltanto con la Guerra d'Indipendenza del 1948 quando in una guerra di aggressione che mirava a distruggere il nascente Stato di Israele, i giordani e gli egiziani occuparono quelle aree ed eliminarono totalmente la presenza ebraica nella Cisgiordania e a Gaza, vietando agli ebrei di viverci e condannando come delitto capitale la vendita di terre agli ebrei.
    È il caso di sottolineare che l’amministrazione giordana ed egiziana fu il risultato dell’invasione del 1948, in aperto disprezzo e rifiuto della risoluzione 181 dell’Assemblea Generale dell'ONU, che prevedeva la suddivisione del territorio del Mandato Britannico in uno Stato ebraico e in uno Stato arabo. Per questa ragione, la confisca dei territori da parte giordana ed egiziana non fu mai riconosciuta dalla comunità internazionale.
     

     
    UNA STORIA DIMENTICATA: LA GUERRA DEI SEI GIORNI
     
    Prima dell'inizio della Guerra dei Sei Giorni un flusso continuo di dichiarazioni da parte di leader arabi e mezzi di comunicazione ufficiali non lasciavano alcun dubbio sulle loro intenzioni - non solo gli stati arabi intendevano attaccare Israele, ma avevano intenzione di distruggerlo.
    "Noi intendiamo sferrare un assalto generale contro Israele. Sarà guerra totale. Il nostro obbiettivo fondamentale sarà distruggere Israele." (Gamel Abdel Nasser, presidente egiziano, 26 maggio 1967)
    "Il solo metodo che applicheremo contro Israele è la guerra totale, che terminerà con l’annientamento dell’esistenza Sionista." ("Voce degli arabi", radio egiziana, 18 maggio 1967)
    "In quanto uomo d'armi, io credo che sia giunto il tempo di iniziare una battaglia di annientamento. (Hafez al-Assad, Ministro della Difesa Siriano, 20 maggio 1967)
    "L’esistenza d’Israele è un errore che deve essere rettificato... il nostro obbiettivo è chiaro: cancellare Israele dalla mappa." (Abdur Rahman Aref presidente dell’Iraq, 31 maggio 1967)
    Le minacce arabe di distruggere Israele, nel periodo che precedette la guerra, avvennero quando Israele non controllava ancora la Cisgiordania e la Striscia di Gaza.
     
    La frenesia della guerra attraversa il mondo arabo
     
    Israele aveva ogni ragione per temere queste minacce. Nei suoi confini precedenti al 1967 Israele, in alcuni punti, era largo solamente 15 chilometri. Gli eserciti nemici in Cisgiordania e Gaza erano stanziati ad appena 18 km da Tel Aviv, 35 km da Haifa, 11 km da Ashkelon e solamente a pochi metri dai quartieri israeliani di Gerusalemme.
     
    L'Egitto stringe il cappio
     
    Il 15 maggio 1967, gli egiziani iniziarono a trasferire grandi quantità di truppe e veicoli blindati nella Penisola del Sinai. Nasser chiese che il Segretario Generale dell'ONU ritirasse l’UNEF - Forza d’Emergenza dell’ONU per il mantenimento della pace - dal Sinai, dove erano stanziate dal 1956. U Thant, il Segretario Generale dell’ONU, acconsentì prontamente, mancando così a una promessa internazionale fatta a Israele. L’UNEF cessò di operare il 19 maggio, rimovendo l'ultimo ostacolo alla macchina bellica egiziana. Mentre truppe egiziane si ammassavano lungo il confine meridionale di Israele, l'esercito siriano si preparava alla guerra sulle Alture del Golan, nel nord. Lo Stato d'Israele si trovava ora solo e circondato da eserciti i cui leader avevano promesso il suo annientamento.
     
    Israele aspetta e spera
     
    In risposta a ciò, Israele cominciò a richiamare i suoi riservisti ma i leader israeliani scelsero di attendere tre lunghe settimane prima di reagire militarmente, nella speranza che la guerra potesse essere evitata e che una soluzione pacifica della crisi potesse essere trovata.
    Il blocco
    La situazione continuava a peggiorare rapidamente. Il 22 maggio, l’Egitto rese intransitabile lo Stretto di Tiran, isolando Eilat, unico porto israeliano nel Mar Rosso. Israele era ora tagliato fuori dal commercio e fu negato l’accesso al suo principale fornitore di petrolio. Nasser era assolutamente consapevole che Israele avrebbe considerato questo blocco un atto di aggressione.
    Di fatto, per il diritto internazionale un blocco è considerato tradizionalmente un atto di guerra. Inoltre, l’azione dell'Egitto violava sia la dichiarazione dell’ONU del 1957 che affermava il diritto di Israele al transito nello Stretto di Tiran, sia la Convenzione del 1958 sul Mare Territoriale e la Zona Contigua.
     
    Israele cerca una soluzione diplomatica...
     
    Ma nonostante il blocco, la dose quotidiana di minacce e l'attività militare ostile, la leadership israeliana continuò ad aspettare per esaurire ogni possibilità di soluzione diplomatica prima di reagire. Ma purtroppo, mentre da un lato era molta la comprensione internazionale per l'impegno israeliano, dall’altro ci fu poco aiuto tangibile.
     
    ... ma è costretto per rispondere militarmente
     
    Israele fu lasciato con poche possibilità di scelta. Era circondato da circa 465.000 soldati nemici, più di 2880 carri armati e 810 aerei. Data la sua piccola estensione geografica e la forza relativa degli eserciti avversari, se Israele avesse aspettato l’invasione prevista prima di agire, i risultati sarebbero stati catastrofici per la sua stessa sopravvivenza.
    Appellandosi al suo diritto all'autodifesa, un principio fondamentale del diritto internazionale sancito anche dall’articolo 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, Israele lanciò un attacco preventivo contro l'Egitto il 5 giugno 1967.
    Il messaggio di pace d'Israele
    Israele non aveva alcun desiderio di vedere il fronte allargarsi a est e a nord. Il Primo Ministro Levi Eshkol mandò un messaggio di pace ai vicini d'Israele:
    Noi non attaccheremo alcun paese che non attacchi noi. Anche ora che i mortai parlano, noi non abbiamo abbandonato la nostra ricerca della pacerziamo di respingere ogni minaccia di terrorismo e ogni pericolo di aggressione, per assicurare la nostra sicurezza e i nostri diritti legittimi".
     
    Ulteriore aggressione araba
     
    I siriani risposero bombardando con fuoco di artiglieria e con armi a lunga gittata.
    A est, la Giordania fu convinta dall'Egitto che gli aerei che apparivano sui radar fossero aerei egiziani in viaggio per attaccare Israele, e non aerei israeliani di ritorno da un attacco all'Aeronautica militare egiziana. Il 5 giugno, la Giordania iniziò dei movimenti di terra e dei bombardamenti lungo le linee dell'armistizio, inclusa Gerusalemme. Nonostante l'attacco, Israele lanciò un altro messaggio di pace, questa volta attraverso i rappresentanti dell'ONU. Ma l'attacco giordano proseguì.
    Se la Giordania avesse ascoltato i messaggi di pace israeliani, invece che le menzogne dell'Egitto, il Regno Hashemita sarebbe potuto rimanere neutrale nel conflitto, e Gerusalemme est e la Cisgiordania sarebbero rimaste alla Giordania. Invece l'attacco a Gerusalemme est proseguì e di conseguenza Israele si difese e unificò la suo capitale, divisa sin dal 1949.
     

     
     
    Il dopoguerra e la risoluzione 242
     
    Confini difendibili
     
    Il 10 giugno 1967, dopo sei giorni di violenti combattimenti, nei quali 776 soldati israeliani persero la vita, fu raggiunto un cessate il fuoco. La linea del cessate il fuoco precedente era sostituita adesso da una nuova: la riva occidentale del fiume Giordano (nota come West Bank o Cisgiordania), la Striscia di Gaza, la Penisola del Sinai e una gran parte delle Alture del Golan erano passate sotto il controllo di Israele. La Siria non poteva più usare le Alture del Golan per sferrare bombardamenti di artiglieria sui villaggi israeliane sottostanti. Il transito di navi dirette in Israele attraverso lo Stretto di Tiran fu ripristinato.
     
    Le speranze di Pace
     
    Quando la Guerra dei Sei Giorni finì, gli israeliani pensarono che una nuova era di pace stava per cominciare. Sperando di tradurre le conquiste militari in una pace permanente, Israele dichiarò che avrebbe scambiato pressoché tutto il territorio conquistato nella guerra in cambio della pace coi suoi vicini.
    Inoltre, Israele diede forti segni del suo profondo desiderio di negoziare una soluzione, anche attraverso un compromesso territoriale, decidendo di non annettere la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, prova importante delle sue reali intenzioni.
     
    I tre NO
     
    Ma la speranza di pace israeliana fu presto delusa. Gli stati arabi cominciarono a riarmarsi e, durante il vertice della Lega Araba svoltosi in Sudan nell’agosto del 1967, adottarono come loro posizione politica "i tre no," principi secondo i quali gli stati arabi decidevano, letteralmente "nessuna pace con Israele, nessun riconoscimento di Israele, nessun negoziazioni con Israele". La posizione della linea dura decisa al vertice di Khartoum compromise ogni opportunità di pace per anni. Come ebbe a dichiarare l’allora Ministro degli Esteri d’Israele Abba Eban: "Questa è la prima guerra nella storia che finisce coi vincitori che lanciano un appello per la pace e i vinti che pretendono una resa incondizionata".
     

     
     
    242: una risoluzione travisata
     
    Fin dal 1967, la risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha avuto un ruolo centrale nel processo di pace. È certamente una delle più importanti risoluzioni ONU riguardo al conflitto – ma è anche una delle più travisate.
    I palestinesi dipingono spesso la risoluzione come un semplice documento il cui obbiettivo principale è un ritiro israeliano unilaterale e completo dai territori come requisito indispensabile per porre termine al conflitto. In realtà, la risoluzione è uno strumento equilibrato e misurato il cui obbiettivo è "l'adempimento di principi dello Statuto" “instaurando una pace giusta e durevole in Medio Oriente".
     
    "Territori"  contro "I Territori"
     
    I palestinesi e i loro sostenitori travisano regolarmente e in maniera errata la risoluzione sostenendo che la risoluzione 242 inviti a un ritiro d'Israele da "tutti" i territori, sebbene questa non sia né il linguaggio usato nella risoluzione né l'intenzione di chi l’ha formulata. La risoluzione 242 invita Israele a ritirarsi "da territori occupati nel recente conflitto", non "da tutti i territori" o anche da “i territori." L'uso della frase "da territori" fu scelto intenzionalmente dai membri del Consiglio di Sicurezza dopo un lungo studio e mesi di consultazioni, nonostante la considerevole pressione esercitata dagli Stati arabi per includere la parola "tutti." Come poi l’Ambasciatore degli Stati Uniti Arthur Goldberg ebbe a spiegare nel 1973, queste notevoli omissioni "non erano casuali.... la risoluzione parla di ritiro da territori occupati senza definire l'estensione del ritiro".
     
    Confini sicuri secondo la 242
     
    Si dovrebbe sottolineare che la risoluzione 242 riconosce la necessità, in effetti il diritto, di "confini sicuri e riconosciuti". Evitando di chiedere a Israele di ritirarsi fino alle linee precedenti alla guerra, il Consiglio di Sicurezza riconobbe che i confini precedenti erano indifendibili, e che, in sintesi, Israele era giustificata nel trattenere quelle parti di territori necessarie a stabilire dei confini sicuri. Come poi avrebbe affermato l’Ambasciatore del Regno Unito, Lord Caradon: "sarebbe stato sbagliato chiedere che Israele ritornasse alle sue posizioni del 4 giugno 1967, perché quelle posizioni erano indesiderabili e artificiali".
     
    Obbligazioni comuni
     
    Le principali risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, inclusa la 242 (e la 338, adottata dopo la Guerra di Yom Kippur del 1973), si rivolgono a tutte le parti del conflitto, e non solo a Israele. Nonostante ciò, i portavoce palestinesi fanno riferimento solamente alle responsabilità di Israele in base alla risoluzione, ignorando le responsabilità congiunte così come gli obblighi pendenti sulla parte araba, sebbene queste clausole siano parte integrante della risoluzione. Fra le clausole della 242 chiaramente dirette agli stati arabi, o che esprimono obblighi comuni, vi sono:
    ·         "una pace giusta e durevole nella quale ogni Stato dell'area possa vivere in sicurezza";
    ·         "fine di tutti i contenziosi o stati di belligeranza";
    ·         "rispetto e riconoscimento della sovranità, l'integrità territoriale e l'indipendenza politica di ogni Stato dell'area";
    ·         rispetto e riconoscimento de "il loro diritto a vivere in pace tra confini sicuri e riconosciuti, liberi da minacce o atti di forza";
    ·         la "libertà di navigazione attraverso le idrovie internazionali dell'area";
    ·         "garantire l'inviolabilità territoriale e l'indipendenza politica di ogni Stato dell'area, attraverso misure che includono l’istituzione di zone demilitarizzate."
    Chiaramente non si pretendeva che Israele si ritirasse senza che i regimi arabi adempissero le loro obbligazioni - in particolare rinunciare all'uso della forza e raggiungere la pace con Israele - e il ritiro d'Israele non è certamente un prerequisito al suo diritto fondamentale di vivere in pace.    Inoltre, la risoluzione 338 - che è costantemente abbinata alla 242 - fa appello alle parti affinché intraprendano dei negoziati mirati a "stabilire una pace giusta e durevole in Medio Oriente." Prese insieme, queste due risoluzioni esprimono la determinazione del Consiglio di Sicurezza affinché la pace sia raggiunta attraverso negoziati non violenti tra le parti.
     

     
     
    "OCCUPAZIONE" COME SCUSA PER IL TERRORISMO
     
    "Chiunque pensi che l’Intifada scoppiò a causa della deplorevole visita di Sharon alla Moschea di al-Aqsa, ha torto... Questa Intifada fu progettata in anticipo, sin dal ritorno del presidente Arafat dai negoziati di Camp David, dove egli aveva piantato in asso il presidente Clinton".
    Nel marzo 2001, Imad al-Faluji, Ministro delle Comunicazioni dell’ANP, parlò pubblicamente in Libano sulla natura premeditata degli scoppi di violenza.
     
    Manipolazione palestinese del termine "occupazione"
     
    La tesi che l' ”occupazione" provocò l'ondata di violenza è diventata presto l’argomento preferito dei palestinesi. Il metodo dei portavoce palestinesi era semplice: rispondere a ogni domanda con "la colpa è dell’occupazione " e dire "l'occupazione l’ha provocato" dopo ogni atto di terrorismo. "Occupazione" divenne per loro come una parola d’ordine da poter essere usata per condannare ogni volta Israele e assolvere i palestinesi dalle loro responsabilità per ogni loro azione. Ma si sa che una bugia, anche se ripetuta centinaia di volte, non diventa verità.
    In questo travisamento si omette il fatto che i palestinesi cominciarono ad organizzare la violenza scoppiata nel settembre 2000 immediatamente dopo che essi stessi ebbero provocato il fallimento del vertice di pace di Camp David, nel luglio di quell’anno.
    Gli incessanti riferimenti palestinesi alla "occupazione" sono mirati, in parte, a delegittimizzare la presenza israeliana nei territori e a mobilitare la comunità internazionale contro Israele. I leader palestinesi credono di poter costringere Israele, attraverso il terrorismo, a lasciare i territori senza porre fine al conflitto e senza raggiungere una pace negoziata.
     
    I palestinesi giustificano il terrorismo
     
    Ma la cosa ancora più ripugnante è che i palestinesi usano "l'occupazione" per giustificare l'ingiustificabile: il terrorismo. Nessun fine - compresa la fine della cosiddetta occupazione - può mai scusare l’intenzionale eccidio di civili innocenti. Gli attentati suicidi non possono divenire un mezzo accettabile per indurre a cambiamenti politici.
    Le radici del terrorismo palestinese
    Non è la presenza d'Israele nei territori a provocare il terrorismo. Piuttosto la violenza viene fomentata dall’incessante incitamento dei funzionari palestinesi e dei leader religiosi.
    Dovrebbe essere ricordato che il terrorismo palestinese è precedente alla presenza israeliana nei territori. Non solo vi fu una serie infinita di attacchi terroristici contro civili israeliani durante le due decadi precedenti alla Guerra del Sei Giorni, ma ve ne erano stati persino prima della fondazione dello Stato dell'Israele, avvenuta nel 1948.
    La tesi che “l'occupazione" dei territori del 1967 abbia provocato il terrorismo palestinese è particolarmente ingannevole e speciosa, provenendo dai membri dell’OLP, dato che l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina fu creata nel 1964, tre anni prima della Guerra del Sei Giorni, quando Cisgiordania e Striscia di Gaza non erano sotto il controllo israeliano.
     
    terrorismo contro sforzi per la pace
     
    "Dopo avere analizzato le posizioni politiche successive al vertice di Camp David, e in base a ciò che il fratello Abu Amar [Arafat] diceva, divenne chiaro al movimento di  al-Fatah che lo stadio successivo rendeva necessaria la preparazione allo scontro."  Dichiarazione di Sakhr Habash, membro del Comitato Centrale di al-Fatah al quotidiano dell’A.P. Al-Hayat al-Jadida, il 7 dicembre 2000.
    "L'unico modo di imporre le nostre condizioni è inevitabilmente attraverso il nostro sangue... la forza dell'Intifada è la nostra unica arma. Noi non dovremmo abbandonare questa arma finché non si riunisce il vertice di emergenza arabo e finché noi non otteniamo la protezione internazionale". Hassan al-Kashef, direttore generale del Ministero dell’Informazione dell’A.P., sulla sua colonna di Al-Ayyam, 3 ottobre 2000
    La Storia dimostra che il terrorismo palestinese non è causato dalla frustrazione o dalla mancanza di speranza per una soluzione pacifica. Gli attacchi terroristici hanno spesso avuto dei picchi proprio durante i periodi di maggiori progressi nel processo di pace. - come a metà degli anni ‘90 - quando il processo di pace era più vicino a porre fine alla cosiddetta "occupazione."
     
    Non perdono mai l’occasione di perdere un’occasione
     
    Nel luglio del 2000, Stati Uniti ospitarono un vertice di pace per il Medio Oriente finalizzato a definire le questioni rimanenti del processo di pace israelo-palestinese riguardanti lo status finale. Ma purtroppo la leadership palestinese non desiderava porre finire al conflitto. Non solo non era disposta a compromessi, ma non voleva neanche presentare una sua proposta ragionevole in alternativa alle ampie ipotesi di soluzione presentate dagli israeliani.
     
    Il biasimo internazionale cade sui palestinesi
     
    La leadership palestinese fu criticata a livello internazionale per il fallimento del vertice di Camp David, specialmente dopo che gli Stati Uniti le attribuì la colpa diretta. La comunità internazionale non riusciva a comprendere le ragioni per cui i palestinesi avevano rifiutato l’ampia offerta di pace israeliana che avrebbe dato loro tutto ciò che chiedevano insistentemente.
     
    Il ruolo di vittima paga
     
    La leadership palestinese si rese conto di dover agire per riguadagnare il sostegno internazionale. I palestinesi adottarono una strategia per cui la violenza sarebbe stata lo strumento principale per deviare l'attenzione del mondo dall’intransigenza mostrata dai palestinesi a Camp David e per esercitare pressione su Israele. I palestinesi speravano che lo spargimento di sangue che ne sarebbe conseguito avrebbe ripristinato la loro immagine di vittime e avrebbe sostenuto i loro appelli per un intervento internazionale, portando a un ritiro unilaterale israeliano mentre il conflitto continuava.
     
    Una violazione fondamentale
     
    La decisione palestinese di usare la violenza era in contraddizione con due impegni fondamentali presi prima di Oslo. Yasser Arafat violò il suo obbligo, secondo il quale "L’OLP rinuncia all'uso del terrorismo e di altri atti di violenza" e si impegna a "una soluzione pacifica del conflitto tra le due parti e dichiara che tutte le questioni esistenti, relative allo status permanente saranno risolte attraverso dei negoziati".