Il Sionismo
   

Il Sionismo

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    Torah Israel, Am Israel, Eretz Israel
     L’atto che proclamò la fondazione dello Stato d’Israele esordisce:
    «Eretz Israel fu la culla del popolo ebraico. Qui si è formata la sua identità spirituale, religiosa e politica. Qui gli ebrei formarono il proprio stato, crearono valori d’importanza nazionale ed universale e diedero al mondo l’eterno Libro dei Libri.
    Dopo essere stato esiliato con la forza dalla sua terra, il popolo ebraico mantenne la propria fede per tutta la Diaspora e non cessò mai di pregare e sperare di poter tornare e riottenere la sua libertà politica».
    La sovranità, dunque, fu la conquista di un movimento politico organizzato che aveva fatto la sua apparizione nell’ambito di quel risveglio del sentimento nazionale che ebbe così gran peso nell’Europa del XIX secolo. Era l’espressione moderna di un antico motivo:  l’aspirazione al ritorno a Sion, la patria storica degli ebrei. Così, il movimento sionistico, legato al nome di Theodor Herzl, non inventò né il concetto né la pratica del ritorno, piuttosto adattò quest’antica idea allo spirito del tempo, ne ricavandone un programma politico e producendo una leadership in grado di realizzarlo.
    La storia del legame tra il popolo ebraico ed Eretz Israel è quella narrata nel Pentateuco.
    Nei secoli della Diaspora, gli ebrei mantennero viva la nostalgia per la loro terra e forte il legame con la patria storica. Sparsi ai quattro angoli del mondo, rimasero fedeli a quel complesso di regole religiose e sociali che gli evitarono la confusione con i goyim, i gentili. Per l’ebraismo esiliarca la definizione si sé si snodava nella triade Torah Israel, Am Israel, Eretz Israel, ossia la Torah, il popolo e la terra d’Israele. Ora, il popolo era disperso e la terra perduta, ma restava la Torah, il «veicolo, santuario “ambulante”»,  custode della promessa divina, poiché appena la collera di dio si fosse placata, avrebbe avuto luogo la terza redenzione della terra.
    Sion rimase il perenne riferimento liturgico degli ebrei. Nel pregare, il fedele deve rivolgersi verso est, verso Eretz Israel. La mattina egli recita: «portaci in pace dai quattro angoli della terra e conducici ritti nella nostra terra»; quando si rivolge al suo Signore dice: «Benedetto Tu, che costruisci Gerusalemme» e «Benedetto Tu, che riporti la Tua presenza a Sion». Invocazioni di questo tipo accompagnano inoltre tutti i riti della vita giudaica: nel matrimonio lo sposo chiede di «elevare Gerusalemme al primo posto della nostra felicità», nella cerimonia della circoncisione si recita questo passo dei Salmi: «Se mi dimenticherò di te, o Gerusalemme, possa la mia mano destra avvizzirsi», in occasione della Pasqua il fedele dichiara: «il prossimo anno a Gerusalemme», infine, in presenza di un lutto ai familiari del defunto di dà conforto menzionando il ritorno: «Benedetto Tu, o Signore, che consoli Sion e che edifichi Gerusalemme».
     
     
     
     

     


    La nascita del sionismo politico
    Per secoli gli ebrei vissero nei ghetti come in un’entità extra-territoriale. Le generazioni erano legate l’una all’altra dall’eredità storica e religiosa dell’Am Kadosh, il popolo eletto. Tra “nazione” e “comunità religiosa” non si facevano distinzioni, se ne facevano, invece tra ebrei e gentili. Dopo secoli di segregazione, nel XVIII secolo in Europa prese piede l’Haskalà (la Luce), l’illuminismo ebraico, che significava un allontanamento radicale dalle rappresentazioni tradizionali della vita ebraica. L’obiettivo primo era farsi accettare dalla società. Se volevano godere dell’uguaglianza, se desideravano essere titolari di diritti e doveri al pari di tutti gli altri individui, non dovevano più presentarsi come “una nazione nella nazione”, né come cosmopoliti, ma dovevano essere parte integrante della realtà in cui vivevano.
    Il desiderio di rimediare alla frattura esistente tra il mondo ebraico tradizionale e la società circostante, la volontà di raggiungere l’emancipazione e di assimilarsi alla società liberale attraverso l’apertura dell’istruzione ebraica ad ambiti profani produssero l’indebolimento dell’autorità di coloro che fino a quel momento erano stati i rappresentanti e i capi delle comunità ebraiche, in primo luogo i rabbini.  La figura centrale di questo movimento fu Moses Mendelssohn (1729-1786) che nel 1783 pubblicò un saggio significativamente intitolato Gerusalemme o l’emancipazione civile. Contro la stretta ortodossia, egli si faceva difensore della libertà di coscienza ed esortava ogni ebreo ad essere un buon cittadino assimilando la cultura del suo paese.
    Le tappe salienti dell’emancipazione ebraica furono segnate dall’Editto di Tolleranza dell’imperatore asburgico Giuseppe II, nel 1782, ma soprattutto dalla rivoluzione francese che permise agli israeliti di conseguire la cittadinanza ed il godimento dei diritti civili perché, nelle parole del conte Clermont-Tonnerre, deputato dell’Assemblea Nazionale, «Tutto va rifiutato agli ebrei come nazione, tutto va loro garantito come individui».  La diffusione dei principi liberali che accompagnò la marcia delle truppe rivoluzionarie e poi di quelle napoleoniche portò all’abbattimento dei ghetti. Dunque gli ideali dell’Haskalà e della rivoluzione francese determinarono nuovi modi di interpretare l’identità ebraica, che sotto lo stimolo all’integrazione e all’assimilazione, miravano al superamento del concetto di nazione separata. 
     Ma la corrente reazionaria che investì l’Europa dopo il Congresso di Vienna indusse ad una nuova percezione del “problema ebraico.” Nel 1840 l’opinione pubblica europea seguì con vivo interesse la vicenda della misteriosa sparizione di un padre francescano a Damasco: gli ebrei furono accusati di delitto rituale e ciò diede luogo a feroci repressioni.  In Russia, l’arresto di un’ebrea accusata di complicità nell’assassinio dello zar Alessandro II nel maggio del 1881, fu seguito da un’ondata di massacri e tumulti, i tristemente celebri pogrom. Inoltre, i successivi zar, Alessandro III (1881-1894) e Nicola II (1894-1917) inasprirono le leggi antiebraiche che, autorizzando gli abitanti dei villaggi ad espellere gli ebrei definiti “immorali”, limitando l’ammissione degli israeliti nelle scuole del paese e precludendo loro l’accesso a numerose professioni, provocarono il loro generale e disastroso impoverimento.
    Le attese di quest’aggressiva politica antisemita possono essere riassunte nella prognosi sul futuro degli ebrei russi fatta da Costantin Pobiedonostsev, consigliere di Alessandro III: «Un terzo si convertirà, un terzo emigrerà, un terzo morirà».  Nel 1905, la pubblicazione di un documento apocrifo, I protocolli dei Savi Anziani di Sion, rivelava alla Russia il piano di una nefasta congiura mondiale. Con l’astuzia di un serpente la cui testa era rappresentata dagli uomini di una segretissima quanto inaccessibile “Amministrazione Giudaica”, e il cui corpo era costituito dall’intero popolo israelita, ebrei e sionisti, chiamati «servi sinistri e palesi dell’Anticristo»,  ambivano alla distruzione dell’ordine costituito e al dominio universale. Più tardi, nel maggio del 1920, il Times di Londra forniva un esauriente sunto dei Protocolli, sostenendone tacitamente l’autenticità; tradotti in tutte le lingue, per un certo periodo furono un best-seller mondiale. La falsità dei documenti fu dimostrata solo alcuni anni dopo.
    In Francia, l’agitazione antiebraica assumeva vaste dimensioni a partire dal 1886, anno della pubblicazione di France Juive di Eduard Drumont; argomentazioni razziali, religiose e pseudo-scientifiche si mescolavano per dimostrare l’estraneità degli ebrei alla patria dei “galli ariani”. «Sembra che ci sia in lui una specie di peste permanente» Drumont scriveva dell’ebreo, colpevole di sfruttare, corrompere e imbruttire la società. Nel 1895, a surriscaldare gli animi era il noto caso dell’ebreo alsaziano Dreyfus, capitano dell’esercito ingiustamente condannato per tradimento. Non è un caso, insomma, che lo stesso termine “antisemitismo” fu coniato proprio in questo periodo da un giornalista tedesco, Wilhelm Marr, la cui opera, La vittoria degli ebrei sul germanesimo: trattata da un punto di vista non religioso, insieme a L’ineguaglianza delle razze del conte di Gobineau (1853) e Fondamenti del XIX secolo di H. S. Chamberlain, costituì l’impianto del razzismo teorico. 
    Dunque, alla fine del XIX secolo, nel Vecchio Continente, l’antisemitismo dominava come una delle passioni più forti dell’opinione pubblica. Perché? Perché nell’Europa delle passioni nazionali l’ebreo «dopo aver personificato il nemico del Dio cristiano… fornisce all’antisemitismo dei tempi democratici il materiale immaginario di un’altra figura repellente, il nemico della nazione».  Quello d’Israele era un popolo senza Stato, orfano di patria, da duemila anni errante per tutti i continenti e pertanto temibile corruttore e avversario dell’identità nazionale. Poco importava che l’ebreo avesse conquistato l’uguaglianza, che avesse lasciato il ghetto per intrecciare la sua vita a quella dei gentili, tutt’altro, «la stessa integrazione [lo rendeva] meno identificabile e perciò più sospetto».  Sarebbe tuttavia improprio rintracciare la nascita del sionismo politico nella sola reazione ebraica all’antisemitismo moderno, come hanno argomentato alcuni dei suoi oppositori.  Se l’unico scopo fosse stato quello di ripararsi dalla furia antisemita, i perseguitati avrebbero potuto cercare rifugio in qualsiasi altro paese (come, di fatto, fecero molti di loro) e non nel ritorno alla terra dei padri, impresa incerta ed astrusa. Invece, non bisogna dimenticare che i padri del movimento furono uomini del XIX secolo, nutriti dai comuni ideali di libertà nazionale e di progresso economico e sociale.  Le medesime passioni politiche germinarono, in negativo, «il rigetto antisemita»  e, in positivo, il nuovo nazionalismo ebraico. Il sionismo politico è dunque figlio del suo tempo.
    Nella seconda metà del XIX secolo furono compiuti diversi tentativi per porre in evidenza la “questione ebraica”. Nel 1862 Moses Hess, pensatore socialista, più tardi definito “il rabbino comunista”, pubblicava Roma e Gerusalemme. In questo scritto, incitando gli ebrei a colonizzare la Palestina, egli asseriva il diritto della nazione ebraica a risorgere:
    «Sono stati due i periodi che hanno dato forma allo sviluppo della civiltà ebraica: il primo, dopo la liberazione dall’Egitto ed il secondo, al ritorno da Babilonia. Il terzo verrà con la redenzione dal terzo esilio» 
    Nello stesso anno, un rabbino ortodosso, Zebì Hirsh Kalisher, ne La ricerca di Sion sosteneva che la visione profetica della restituzione divina di Eretz Israel non autorizzava gli ebrei a disinteressarsi politicamente della Palestina. Al contrario, la restaurazione messianica doveva essere preceduta dall’impianto di colonie. Per Leon Pinsker, un medico ebreo di Odessa, autore del saggio Autoemancipazione del 1882, la soluzione alla questione ebraica e all’antisemitismo era la ricerca di un territorio nazionale. Chiaramente, l’idea dell’assimilazione era ormai tramontata: era venuto il momento di ridurre ad unità la triade Eretz, Am e Torah Israel.
    Le basi concrete del movimento sionista furono gettate da Theodor Herzl. Nato a Budapest nel 1860, ricevette un’istruzione imbevuta dei valori dell’illuminismo ebraico. Nel 1878 si trasferì a Vienna dove conseguì il dottorato in legge. Divenne scrittore, commediografo, giornalista, e ricoprì l’ambito incarico di corrispondente da Parigi per l’influente giornale viennese Neue Freie Presse. Si trovò nella capitale francese proprio nel 1894, quando il capitano Dreyfus fu accusato di tradimento e le folle gridavano “Morte ai giudei”. Se tutto questo poteva accadere nella patria della Grande Rivoluzione, allora v’era solo una possibile conclusione: che l’antisemitismo era un fattore costante ed immutabile della società e che l’assimilazione non lo avrebbe eliminato.  Il 1896 è l’anno della pubblicazione del Der Judenstaadt:
    «Tutto il mio piano, nella sua forma essenziale, è straordinariamente semplice... Ci si dia la sovranità di un pezzo della superficie terrestre che basti per i giusti bisogni del nostro popolo, e di tutto il resto ci occuperemo noi stessi» 
    Gli ebrei sono un popolo, Herzl spiegava, e come tale possono rendersi accetti al resto del mondo solo eliminando “l’anomalia nazionale”. Quanto al programma da seguire, bisognava fare della questione ebraica una questione internazionale e di conseguenza agire nell’arena della politica internazionale:
    «Io non ritengo il problema ebraico né come un problema sociale, né come un problema religioso, sebbene possa prendere anche queste ed altre sfumature. Esso è un problema nazionale e, per risolverlo, dobbiamo anzitutto farne una questione di politica universale, che si dovrà regolare nel consesso dei popoli civili». 
    La pubblicazione dello scritto suscitò scalpore e sbigottimento. L’orientamento decisamente laico, l’idea di uno stato secolare, l’idea stessa di entrare a Sion prima del Messia furono drasticamente disapprovate dall’ortodossia religiosa, nonostante il parere contrario del rabbino Kalisher. La stampa tedesca, ebraica e non-ebraica, lo derise, ma Herzl continuò a dedicarsi con audacia ed energia alla realizzazione della sua visione. Cercò l’appoggio di personalità influenti, bussò alla porta del granduca di Baden, del nunzio pontificio in Italia, del governo turco e del barone de Rotschild, senza riuscire ad ottenere la loro collaborazione. Capì allora di dover fare appello alle masse: si doveva convocare un congresso ebraico. I 202 delegati si riunirono a Basilea il 29 agosto del 1897. Elaborarono un programma in cui si diceva che il fine del sionismo era «assicurare al popolo ebraico un focolare in Palestina garantito dal diritto pubblico».  I mezzi erano la colonizzazione della Palestina, l’organizzazione di tutti gli ebrei in società locali e federazioni generali, il rafforzamento della coscienza nazionale e la creazione di una società finanziaria che si sarebbe occupata delle questioni relative all’insediamento. Durante il Congresso fu fondata l’Organizzazione Sionista Mondiale. La sua istituzione principale era ed è ancora il Congresso Sionista, mentre le istituzioni permanenti ed elettive erano il Consiglio Generale e l’Esecutivo Sionista, il cui presidente ricopriva anche l’incarico di presidente dell’intera organizzazione. Il Congresso provvedeva alla nomina di una corte di giustizia, di un procuratore ed un sovrintendente.  Inoltre, a Basilea furono adottati una bandiera raffigurante due strisce blu con al centro la stella di David, ed un inno nazionale, Ha-Tiqva, la speranza. Herzl commentò l’evento con questa frase
    «A Basilea ho creato lo stato ebraico. Forse entro cinque anni, e sicuramente entro cinquanta, tutti potranno vederlo» 
    Lo scopo era unico: una dimora per il popolo ebraico. Sui mezzi e modi per realizzarlo, invece, esistevano divergenze. Il sionismo politico di Herzl ambiva al riconoscimento da parte delle grandi potenze del diritto degli ebrei alla Palestina. Con l’appello alla giustizia delle loro rivendicazioni, i sionisti avrebbero mostrato alla comunità internazionale la grandezza del loro piano e i governi li avrebbero aiutati ad attuarlo. Bisognava dedicarsi alle trattative diplomatiche: nel 1898 Herzl si rivolse all’imperatore Guglielmo II di Germania, unico alleato della Turchia in Europa, tre anni più tardi riuscì ad ottenere un colloquio con il Sultano. L’impossibilità di raggiungere risultati concreti l’indusse a negoziare per una patria diversa dalla Palestina. Bussò alla porta degli inglesi con in mano il progetto di una colonia ad El-Arish, nel Sinai. Quando anche questo fallì, il governo britannico offrì un territorio in Uganda. Herzl sottopose il piano al VI Congresso Sionista il 26 agosto 1903. Chiarì che non si trattava di rinunciare per sempre alla terra dei padri, ma di accettare il piano come una misura d’emergenza poiché le notizie sulla condizione degli ebrei rumeni e sulle dimostrazioni antisemite in Russia stringevano «un cappio al collo» degli israeliti.  Quando, con una maggioranza di 298 voti a favore e 178 contrari, il VI Congresso Sionista approvò la decisione di mandare in Uganda una commissione esplorativa, i delegati russi abbandonarono l’aula.  Come dichiarò Chaim Weizmann, futuro Presidente dell’Organizzazione Sionista, ciò che Herzl non capiva era che «nonostante tutte le loro sofferenze gli ebrei della Russia non potevano trasferire i loro sogni e le loro aspirazioni dalla terra dei loro padri a qualsiasi altro territorio».  Nel 1905, un anno dopo la scomparsa di Herzl, il VII Congresso Sionista bocciò il piano per l’Uganda. Dalla maggioranza si dissociò l’Organizzazione Territorialista Ebraica, guidata da Israel Zingwill e formatasi dall’unione dei vari gruppi che avevano dato sostegno al progetto nel corso dei due anni precedenti. I “territorialisti” volevano un territorio, una casa per gli ebrei, non importava dove. Tentarono di promuovere insediamenti in Canada e in Australia, ma l’opposizione dei residenti locali li fece desistere. Inviarono spedizioni in Mesopotamia, Cirenaica ed Angola, senza riuscire ad ottenere alcun tipo di risultato. Con il progetto Galverston, che contemplava l’insediamento di ebrei in Texas, ebbero un discreto successo. Grazie all’aiuto finanziario fornito da Jacob Schiff, un banchiere ebreo-americano, tra il 1907 e il 1914 si stanziarono nell’area prescelta circa 9.300 ebrei. La pubblicazione della Dichiarazione Balfour nel 1917 segnò l’inizio del tramonto del partito dei “territorialisti”: molti dei suoi membri giunsero alla conclusione che, in fondo, il ritorno ad Eretz Israel non era così utopico.
    Al polo opposto rispetto al sionismo politico si collocava la corrente “pratica” del movimento, che enfatizzava l’azione, il pragmatismo, il ricorso a strumenti concreti per realizzare il ritorno: l’immigrazione, l’insediamento agricolo e la fondazione di istituzioni educative. Questo era l’approccio proprio dell’associazione Hibbat Sion (Amore di Sion) fondata intorno al 1880 in alcune comunità ebraiche dell’Europa orientale, principalmente in Romania, Polonia e Russia. Per loro, il problema principale era come riuscire a stanziarsi su un territorio non controllato da ebrei. In quegli stessi anni, alcuni dei promotori del movimento, conosciuti come Hovevei Sion, gli amanti di Sion, giunsero in Palestina e parteciparono alla fondazione delle prime colonie agricole.
    Toccò a Chaim Weizman operare una sintesi tra le due correnti. Nel 1907, quando il suo sionismo “sintetico” si affermò all’VIII Congresso Sionista dell’Aja, egli era poco più che trentenne. Nato in Polonia, cresciuto in un ambiente familiare fedele alla tradizione ebraica, si laureò in chimica presso l’Università di Friburgo. Durante gli studi fu un protagonista attivo della vita sionistica in Germania, poi, con il sorgere del sionismo politico, del Congresso e del programma di Basilea, egli divenne uno dei primi militanti del nuovo movimento. Tuttavia, Weizman trovava che Herzl tralasciasse troppe cose. Quella sua concezione rigidamente politica dimenticava i valori spirituali e la cultura ebraica che dovevano essere ridestati, per di più, non veniva data alcuna importanza al lavoro pratico di colonizzazione della Palestina. Non appagato dalla teoria di Herzl, nel 1901 Weizman fu tra i fondatori della Frazione Sionistica Democratica il cui programma sintetizzava tre diverse correnti di pensiero: il sionismo politico, quello pratico e quello spirituale, incarnazione dell’idea del filosofo Asher Ginsberg, noto con lo pseudonimo di Ahad Ha’am, che invocava la rinascita dello spirito nazionale e lo sviluppo del patrimonio culturale ebraico.  I termini del sistema di Herzl venivano così rovesciati: la “carta” per la Palestina era sì una meta ma non doveva limitarsi a sanzionare un diritto, invece, doveva essere il suggello degli sforzi dei sionisti, la conseguenza e non la premessa del loro lavoro. Forte delle sue convinzioni, Weizman respinse il piano per l’Uganda. Ad un perplesso Lord Balfour, eminente personalità del governo britannico, che lo interrogava sui motivi del rifiuto, egli chiese a sua volta: «Lei scambierebbe Londra per Parigi?», alla risposta che Londra era già la capitale degli inglesi il leader sionista fece notare che «Gerusalemme era degli ebrei quando Londra era ancora una palude».  L’anno successivo, nel 1907, ad un Congresso Sionista diviso nella disputa tra “pratici” e “politici” Weizman proponeva la mediazione del suo sionismo sintetico:
    «Non otterremo la Palestina dal tavolo dei diplomatici… i Governi vi porgeranno ascolto soltanto quando vedranno che siete in grado di “occupare” la Palestina…Io intendo il sionismo come la sintesi del lavoro in tutti i campi, del lavoro pratico quale mezzo per il raggiungimento della meta politica, della carta che sarà la conseguenza del lavoro pratico…Ma il lavoro deve essere fatto da ambedue i lati. Hanno paragonato una volta il lavoro sionistico all’apertura di una galleria che deve essere affrontata da tutt’e due le parti finchè gli operai si incontrino nel mezzo. Anche in questo ci sono dei pericoli. La galleria può crollare. Da una parte ho veduto almeno la volontà di cominciare a scavare; l’altra parte invece afferma che la terra è troppo dura e che la galleria può crollare. Io vorrei, e questa sarebbe la sintesi che io m’auguro, che si cominciasse una volta a scavare». 
    Il X Congresso Sionista del 1911 segnò la vittoria definitiva di questo sionismo eclettico. Negli anni che seguirono, Weizman si dedicò ad un’incessante attività diplomatica. Non risparmiò il suo ingegno, le sue abilità tattiche e la sua capacità di promuovere la causa sionista in modo da riuscire a catturare l’interesse di qualsiasi interlocutore «dall’aristocratico inglese all’ebreo dello shetl»  Lord Balfour commentò seccamente: «Il Dott. Weizman sarebbe capace di incantare gli uccelli sugli alberi»  ed Abba Eban ha scritto di lui: «Il popolo ebraico aveva prodotto un presidente prima di poter ottenere uno stato». 
     
     
     
     

     


    La dichiarazione Balfour
     Il 1917 segnò la decisiva vittoria diplomatica del movimento sionista. Il 2 novembre il Foreign Office emanò una dichiarazione sotto forma di una lettera indirizzata a Lord Rotschild, membro della Camera dei Lords e sostenitore della causa sionista:
    «Il Governo di Sua Maestà vede con favore la fondazione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico, e farà del suo meglio per facilitare il raggiungimento di quest’obiettivo, rimanendo chiaramente inteso che nulla sarà fatto che possa pregiudicare i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche presenti in Palestina, o i diritti e la condizione politica degli ebrei in qualsiasi altro paese». 
    La dichiarazione era stata sottoposta al gabinetto e ne aveva ricevuto l’approvazione suggellando l’adesione del governo britannico alle aspirazioni sioniste. Nonostante il documento sia legato al nome di lord Balfour, esso fu il risultato di uno sforzo collettivo piuttosto che dell’operato di un singolo individuo. Ma l’architetto di questa grande costruzione diplomatica fu Weizman. Sir Charles Webster, uno storico della diplomazia ha scritto:
    «Si trattò, a mio avviso, del principale atto diplomatico della prima guerra mondiale…Il popolo per cui [Weizman] lottò era sparso per i cinque continenti. La patria che egli voleva creare si trovava in un paese i cui abitanti, con l’eccezione di un piccolo e importantissimo nucleo di pionieri, appartenevano ad un altro popolo. Dovette risalire indietro di duemila anni per poter avanzare delle rivendicazioni su questa terra. Ciò che chiese non aveva precedenti». 
    Fu la Grande Guerra a tradurre le speranze sioniste in una viva realtà politica. Il crollo del traballante Impero Ottomano era già prevedibile quando la Turchia entrò in guerra a fianco della Germania il 5 novembre del 1914. L’Inghilterra aveva occupato l’Egitto nel 1882, rafforzando la protezione dei suoi interessi, in primo luogo il controllo del Canale di Suez, vena giugulare dell’Impero Britannico. Ora, le grandi potenze dovevano accordarsi sul destino dei territori della Sublime Porta, e Weizman era convinto del fatto che l’Inghilterra avrebbe vinto la guerra ed il sionismo avrebbe potuto prosperare sotto la sua protezione. Dal governo britannico si aspettava «un incoraggiamento ai nostri sforzi…ampie misure di autonomia locale e di libertà di sviluppare la nostra cultura».  Gli inglesi avrebbero avuto un’efficace barriera a difesa del Canale e il popolo ebraico la sua terra. Weizman trovò l’appoggio di importanti personalità britanniche tra cui Herbert Samuel, un ebreo membro del gabinetto, che nel gennaio del 1915 fece circolare negli ambienti governativi un memorandum dal titolo Il futuro della Palestina. Sarebbe stato prematuro, egli argomentava, dare vita ad uno stato ebraico indipendente poiché una popolazione israelita che rappresentava solo un sesto del numero degli abitanti di tutto il paese non sarebbe stata in grado di proteggersi «dall’aggressività degli elementi turbolenti che la circondano».  Quindi la soluzione migliore era l’annessione della Palestina all’Impero. In questo modo l’Inghilterra, fedelmente alle sue tradizioni, avrebbe favorito la civilizzazione di un paese arretrato ed allo stesso tempo avrebbe acquisito l’indubbio vantaggio strategico di controllare un territorio che era un avamposto ideale rispetto all’Egitto. Le alternative non erano desiderabili: lasciare la Palestina in mano ai turchi equivaleva a condannarla alla stagnazione, un’annessione alla Francia sarebbe stata difficile da giustificare, ed un’amministrazione internazionale avrebbe creato il terreno adatto all’infiltrazione della Germania, a detrimento della Siria francese e dell’Egitto. La proposta di Samuel suscitò l’interesse di molti, ma in quel momento la politica della Corona era poco incline ad assumersi nuove responsabilità imperiali e, in ogni caso, non si potevano ignorare gli interessi francesi.
    L’intesa con la Francia intervenne nel 1916. Nel corso dei negoziati che portarono all’accordo Sykes-Picot, il governo dell’Esagono reclamò un locus standi in Oriente: per secoli i francesi erano stati considerati i protettori dei cattolici dell’Impero Ottomano, avevano giocato un ruolo di primo piano nello sviluppo culturale della popolazione del Levante, lì i loro investimenti finanziari eccedevano quelli di qualsiasi altra nazione europea e in virtù di tutto ciò, l’opinione pubblica voleva l’espansione alla Siria ed alla Palestina. Di rimando, gli inglesi facevano notare che sulle sorti della Terra Santa convergevano gli interessi di molte nazioni e che sarebbe stato preferibile stabilirvi un regime di amministrazione internazionale, in attesa della decisione definitiva che avrebbe coinvolto anche la Russia e l’Italia. Quanto agli arabi, bisognava assicurargli protezione contro le mire dei turchi e dei tedeschi nella speranza che in futuro potesse sorgere una confederazione di stati arabi. In definitiva, l’accordo prevedeva il controllo diretto della Francia e dell’Inghilterra rispettivamente sui territori in seguito denominati Libano ed Iraq; l’indipendenza formale di una confederazione di stati arabi, sotto l’influenza delle due potenze, nei territori di Siria e Transgiordania.  Riguardo alla Palestina, ai francesi spettava la gran parte della Galilea, agli inglesi una piccola fetta di territorio circostante la baia di Haifa-Acco e il resto del paese, ad esclusione del Negev, sarebbe stato sottoposto ad amministrazione internazionale. 
    Qualche mese prima della conclusione dell’accordo Sykes-Picot, uno scambio di lettere tra Sir Henry MacMahon, Alto Commissario per l’Egitto, e lo Sceriffo della Mecca Hussein culminò in un’intesa che tutt’oggi rappresenta il pomo della discordia degli storici. Sembrerebbe che i documenti, peraltro mai pubblicati, incoraggiassero Hussein a promuovere una rivolta contro il Sultano di Costantinopoli, in cambio gli inglesi avrebbero sostenuto la causa dell’indipendenza e sovranità del mondo arabo entro certi limiti territoriali. Pare che la Palestina non vi fosse espressamente menzionata, tuttavia, la sua più o meno implicita inclusione nel grande stato arabo rimane materia di controversia. Ciò che è certo è che nel giugno del 1916 la rivolta fu di fatto lanciata e gli arabi divennero alleati degli inglesi in una campagna militare diretta contro la Turchia. Cinque anni dopo, il Presidente del Terzo Congresso Arabo di Palestina, Moussa Kazem El-Hussaini, con un rapporto inviato al governo britannico  richiamava alla memoria del segretario di Stato alle colonie Wiston Churchill che lo Sceriffo della Mecca aveva chiamato in raccolta le forze della sua gente per combattere contro una potenza islamica, alla quale era legato «da lacci forti e permanenti» e che gli arabi avevano sinceramente creduto che la Corona Britannica si sarebbe ricordata della loro fedeltà. Invece, le cose andarono diversamente: gli inglesi si erano dimostrati favorevoli sia al sionismo che al movimento panarabo, «un’ambiguità dettata dalle superiori esigenze del conflitto, ma che sarebbe costata cara a tutti». 
    Durante la guerra i sionisti non stettero a guardare. Nel 1915 fu creato il Corpo dei mulattieri di Sion, la prima unità ebraica a scendere sul campo di battaglia dai tempi dei Maccabei. In seguito, ricorrendo a costanti pressioni sul governo britannico, un ardente sionista russo, Vladimir Ze’ev Jabotinsky, riuscì ad ottenere dal War Office il consenso per la formazione di un nuovo reggimento di fanteria.  Per gli ebrei era un modo per dare concretezza alla speranza che una vittoria degli Alleati avrebbe favorito i progetti sionisti. Per gli inglesi, il sostegno alle aspirazioni nazionali ebraiche era un buon biglietto di propaganda da presentare agli americani. Infatti, allo scoppio della guerra, la situazione degli ebrei russi era deteriorata profondamente a causa delle espulsioni di massa che nel maggio del ’16 raggiunsero la cifra di circa tre milioni di rifugiati  mentre sul fronte opposto i tedeschi, nelle zone occupate, andarono in soccorso della popolazione ebraica e promisero loro la “liberazione politica”. Come le associazioni ebraiche britanniche fecero notare al governo di Londra, con questa politica i nemici acquisivano un indubbio vantaggio: «uno sguardo a qualsiasi giornale americano mostrava che i tedeschi avevano trovato negli ebrei d’America un alleato non trascurabile».  Oltre a ciò, gli inglesi appresero che circa i due terzi della stampa ebraica americana aveva pubblicato un manifesto contro l’esportazione di armi verso i paesi dell’Intesa. Nel ’15 in Francia fu creato il Comité de Propagande auprés des juifs neutres ed uno analogo fu fondato a Londra. Quest’ultimo, sotto la responsabilità di Lucien Wolf, un ebreo non sionista, richiamava l’attenzione del governo britannico sul fatto che in America il sionismo avesse catturato l’opinione pubblica ebraica, perciò, «se, ad esempio, [gli Alleati] dicessero che comprendono in pieno e simpatizzano con le aspirazioni sioniste in Palestina e che quando il destino del paese dovrà essere esaminato, quelle aspirazioni verranno tenute in considerazione… conquisterebbero l’entusiastica fedeltà alla propria causa di tutti gli ebrei d’America»  Nondimeno, negli Stati Uniti il movimento sionista era cresciuto di numero e d’importanza passando dai 5.000 iscritti del 1914 ai 150.000 del 1918 e riuscendo a guadagnarsi l’appoggio del Presidente Wilson.
    Quanto a Weizman, alla base del suo impegno v’era il convincimento che l’obiettivo non fosse solo quello di ottenere la Palestina, ma anche il protettorato britannico perché, secondo i suoi calcoli «i sionisti di tutto il mondo avrebbero considerato un’amministrazione francese un grande disastro, come ‘la terza distruzione del Tempio’».  Il Presidente stimava la Francia incapace di farsi interprete delle ambizioni delle piccole nazioni, in particolare degli ebrei; ciononostante, l’assenso dell’alleato dell’Inghilterra era necessario. Grazie al lavoro e ai contatti di Weizman e Sokolov, Presidente dell’Esecutivo Sionista, nel 1916 il governo francese rilasciò una dichiarazione in cui assicurava ai fautori del ritorno a Sion la protezione degli Alleati ed accettava che fossero gli inglesi a soddisfare le loro richieste. Nel maggio dello stesso anno, a Roma Sokolov incontrò il primo ministro Boselli ed il segretario generale del Ministero degli Esteri Di Martino, i quali dichiararono che l’Italia avrebbe dato il suo sostegno morale all’impresa sionista.
    Finalmente, incoraggiato dal sostegno espresso dagli americani e dal loro Presidente,  dalla Francia, dall’Italia, nonché dal governo rivoluzionario russo che aveva promesso ai sionisti che al tavolo della pace avrebbe insistito sul riconoscimento del carattere ebraico della Palestina e sulla protezione che gli Alleati avrebbero dovuto accordare ad un’autonoma comunità ebraica ivi stanziata, il 2 novembre del 1917 venne pubblicata la Dichiarazione Balfour. Naturalmente, la reazione degli ebrei di tutto il mondo fu d’euforia. Il documento non creava un focolare nazionale perché, seppur in forma embrionale, in Palestina esisteva già, piuttosto esso forniva un fondamento giuridico alla causa sionista, era quella carta internazionale del risorgimento ebraico sognata da Herzl.
    Il 9 dicembre l’esercito britannico comandato dal generale Allenby conquistò Gerusalemme. La validità dello status internazionale della Dichiarazione fu confermata alla Conferenza di San Remo dell’aprile del 1920 e nel trattato di Sèvres nell’agosto del1920. Due anni più tardi, il 24 luglio, la Società delle Nazioni approvò il Mandato britannico per la Palestina, che richiamava e riproduceva la Dichiarazione Balfour.