ritualizzazione

Mantenere i rituali

  •   Cosa custodisce la ritualizzazione
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    Come mantenere in vita una memoria che sia costruttiva

    L’OSSERVATORE ROMANO venerdì 13 aprile 2012

    Pubblichiamo le sintesi di due relazioni (Amb Mordechay Lewy  &  Prof. Anna Foa) tenute a Forlì nel corso del seminario di studi «La ritualizzazione della memoria e la rappresentazione del diniego» organizzato dall’università di Bologna.

    Cosa custodisce la ritualizzazione
    di Mordechay Lewy - Ambasciatore d’Israel e presso la Santa Sede

     
    Untitled.jpgCon l’avvento dell’era digitale, in cui la conoscenza viene immagazzinata in modo casuale, memorizzare sta passando di moda. Le cose fondamentali da ricordare vengono conservate nel telefono cellulare o sul desktop. Una batteria scarica o un guasto elettrico possono cancellare memorie che sarebbe fondamentale conservare. Viviamo sotto la minaccia costante di andare soggetti all’amnesia elettromagnetica. Viviamo nel caos della post-modernità, in cui un fatto non è più considerato un fatto. Nella mancanza di rispetto per qualsiasi approccio positivistico all’accumulo di
    fatti, veniamo incoraggiati a decostruire tutto fino alla frammentazione totale e ad astenerci da qualsiasi impegno verso l’essenzialismo o il determinismo. In un mondo dominato dalla dittatura di un politicamente corretto mal definito non solo i fatti vengono sovrastati dalle opinioni, ma anche tutte le opinioni diventano uguali.
    Un tale clima intellettuale può portare a sviluppare una cultura della memoria? Mantenere una cultura della memoria sembra essere divenortato un lusso, se non una missione impossibile. Ma anche in un clima più favorevole, l’impatto del tempo che scorre sulle memorie sbiadite è fondamentale. Il tempo è stato, e ancora è, il principale nemico della memoria.
    Prima di soffermarmi sulla ritualizzazione della memoria, vorrei definire il rapporto tra storia e memoria e il loro rispettivo riferimento alla secolarizzazione. La storia, nel suo significato più stretto, è ciò che le fonti contemporanee possono dire, scrivere o creare riguardo a un evento di cui esse stesse sono state testimoni. Il compito dello storico è quello di ricostruire come ciò verosimilmente è accaduto, soppesando le diverse fonti che raramente sono concordi (effetto Rashomon). Tutto quello che viene raccontato dalle generazioni successive fino alla terza generazione appartiene al regno della memoria.
    La dimostrazione generale che la memoria degli eventi può svanire completamente è costituita dal semplice fatto che nessun discendente può ricordare i propri avi oltre la quarta generazione. Considerando t re n t ’anni per ogni generazione, possiamo costruire una sequenza di centoventi anni di memoria. Buona parte di essa è già mito o leggenda. Pertanto, la memoria di un evento non equivale alla storia dell’evento stesso. Più passa il tempo, più è difficile ricostruire gli eventi dal momento che i testimoni scompaiono. Tuttavia, la memoria svanisce nel corso delle generazioni e può trasformarsi in un rito di memorie a causa della distanza cronologica dagli eventi. Una meticolosa ricerca storica può talvolta superare tale distanza, ma vista la crescente indifferenza del pubblico rispetto agli eventi del passato i risultati non saranno altro che conoscenze per i diretti interessati.
    Mentre il tempo scorre, dobbiamo valutare l’importanza delle generazioni come veicolo per trasportare la memoria. I dolorosi ricordi della Shoah sono caratterizzati da reazioni diverse nelle generazioni seguenti. La prima generazione dei sopravvissuti è stata caratterizzata da un silenzio traumatico. La seconda generazione si è attivata, preoccupata della scomparsa biologica della generazione dei suoi genitori, che non ne avevano ancora raccontato la storia. È stata questa seconda generazione a istituire la cultura della memoria che conosciamo oggi. È una cultura in larga parte secolare, che da qualche decennio rispecchia l’umore areligioso dello spazio pubblico. La terza generazione, che oggi sta raccogliendo il testimone, è caratterizzata da una certa polarizzazione tra iperattività e crescente indifferenza. Questa polarizzazione sta facendo sorgere la domanda su come conservare la memoria per le generazioni future.
    Quali sono le opzioni? Una maggiore ricerca storica e nuovi metodi d’istruzione sono il rimedio contro l’oblio? Che cosa comporta la ritualizzazione della memoria in ambito religioso o secolare? Sono contraddittori? E come possono essere conciliati?
    Con memoria religiosa intendiamo il ricordo di un evento storico rilevante per la fede in Dio. Questa memoria è stata canonizzata o congelata in un testo che viene ripetuto secondo un calendario fisso e immutabile. Questo testo noi lo chiamiamo preghiera. La sua ripetizione la chiamiamo liturgia. Qualsiasi cambiamento nel suo calendario ne trasforma l’identità e può causare, come dimostra la storia della Chiesa, conflitti, divisioni e scismi. Questo processo di trasformazione della memoria storica in memoria religiosa lo definirei ritualizzazione della memoria.
    Propongo di applicare lo schema comportamentale sociologico noto come «routinizzazione» a un contesto diverso, quello del comportamento religioso, utilizzando il termine «ritualizzazione». Non ho intenzione di entrare nel dibattito classico riguardo la relazione tra rito (Frazer) e mito (Eliade) e il loro impatto funzionale sul comportamento religioso (Durkheim). La routinizzazione si riferisce all’automaticità del comportamento.
    Le caratteristiche della automaticità comprendono tra l’altro la mancanza d’intenzionalità e di consapevolezza, ma sono anche sinonimo di efficienza. La ritualizzazione si sviluppa attra verso la ripetuta esecuzione di un comportamento, nella fattispecie della pratica religioso-liturgica. Inoltre i singoli passi comportamentali non sono scelti consapevolmente, ma costituiscono uno schema custodito nella memoria. Tale passività, prevista dall’approccio comportamentale, contrasta con la fede religiosa proattiva che alcuni di noi possono condividere. Potrebbe però essere un modo per ricordare gli eventi storici nel futuro immediato attraverso il rito religioso fintanto che questo viene eseguito.
    Al fine di illustrare questa opzione, si può fare riferimento all’esp erienza delle religioni monoteiste, che sono tutte religioni storicizzanti. L’aspetto interessante, qui, non è la veracità della loro storia, bensì il modo in cui strutturano gli eventi storici per formare la loro memoria storica. Nel cristianesimo e nell’islam, gli eventi biografici dei padri fondatori Gesù e Maometto sono stati considerati talmente importanti da dare inizio a una nuova era del calendario, dividendo il tempo tra un prima e un dopo. Nell’ebraismo l’inizio del calendario è in qualche misura mitico, poiché attualmente indica 5772 anni dalla creazione del mondo.
    Prima della creazione non c’era nulla tranne il caos, nemmeno il tempo. Gli ebrei, come altri popoli, sono piuttosto sensibili quando si tratta di custodire la memoria di eventi fondamentali che ritengono essenziali per la propria identità religiosa personale e nazionale. L’eso do del popolo d’Israele dall’Egitto è la base storica della Pasqua ebraica. Di fatto, si tratta di una festa familiare didattica, i cui riti e i cui gesti sono volti a perpetuare la memoria della benevolenza divina in un particolare periodo storico. Il popolo ebraico fu liberato dalla schiavitù dei faraoni e condotto alla Terra Promessa. È un dovere religioso ripetere questa narrazione o storia (per usare la parola di Erodoto) di generazione in generazione. Vale la pena ricordare che anche la Pasqua cristiana, avendo come retroscena la celebrazione della Pasqua ebraica, è volta a com ripercorrono la passione di Gesù e addirittura ritualizzano quotidianamente l’ultima cena attraverso il rito dell’Eucaristia. Compiendo l’imitatio Christi, il credente castiga se stesso in un atto d’identificazione fisica e di liberazione spirituale con Cristo crocifisso. Cito questo esempio per dimostrare non solo che il cristianesimo era radicato nell’ebraismo, ma anche che i riti cristiani hanno ereditato alcuni tratti dello schema ebraico di conservare la memoria degli eventi storici fondamentali.
    La memoria ritualizzata dalla religione, però, non sempre risulta una scommessa sicura per commemorare gli eventi in eterno. I massacri locali, le accuse del sangue e i pogrom che hanno investito le comunità ebraiche spesso venivano commemorati solo a livello locale. I pogrom iniziati da Bogdan Chlemnitzky nel 1648-1649, che decimarono gli ebrei nella Grande Polonia (in gran parte l’attuale Ucraina), venivano ricordati dagli ebrei in Polonia il 20 di Sivan con un digiuno e con preghiere particolari. Questo giorno di memoria è ormai quasi dimenticato, poiché nel ventesimo secolo quelle comunità furono annientate dai nazisti. Altri eventi traumatici come la Shoah riuscirono a mettere in ombra questo ricordo lontano.
    Se guardiamo alle feste ebraiche, queste possono essere suddivise in due categorie di motivazioni, una è quella della commemorazione di eventi storici, l’altra della celebrazione del ciclo agricolo dell’anno (semina, raccolto, e così via). Il ciclo originale delle celebrazioni agricole solitamente è alla base della commemorazione di un evento storico. Il migliore esempio di ciò è la Shavuot, che in origine era la festa del raccolto, ma che allo stesso tempo è stata dedicata alla ricezione dei Dieci Comandamenti sul Monte Sinai. La festa fu adottata dai pionieri zionisti che, a partire dagli anni Venti dello scorso secolo, si dedicarono a lavorare la terra e a fondare kibbutz, secondo il parametro di una festa agricola per celebrare il raccolto. È questo un esempio moderno di come la commemorazione religiosa sia ritornata al suo significato rurale originale con i suoi riti. Questa tradizione molto probabilmente svanirà con il declino della dimensione agricola dei kibbutz, visto che i riti non sono mai stati canonizzati ma sono rimasti aperti alla creatività degli organizzatori, degli artisti o dei coreografi. Quali sono dunque gli ingredienti delle commemorazioni secolarizzate che le rendono meno sostenibili rispetto a quelle religiose?
    Con memoria secolare intendiamo che qualche traccia di un evento storico è considerata rilevante per l’identità collettiva di un dato gruppo, come per esempio una nazione. Questa traccia merita di essere ricordata. Sta diventando mitica, modellando uno spazio significativo in una struttura monumentale, stabilendo un calendario e un rituale ricorrente, che in termini laici viene definito cerimonia di stato. La veraci tà storica è meno necessaria per mantenerne il carattere mitico.
    La ritualizzazione della memoria religiosa è facilmente riconoscibile dalla liturgia e dal culto che si ripetono ogni anno. Ha un proprio linguaggio del corpo attraverso gesti fisici, stare in piedi, sedersi, prostrarsi, vesti specifiche, copricapi particolari e ripetizioni verbali di testi di preghiera canonizzati. In questo modo l’osservanza della memoria diventa molto formale e impersonale, ma può non svanire.
    Che aspetto potrebbe avere una ritualizzazione secolare della memoria? Al fine di non sbiadire, cerca di adottare il linguaggio del corpo religioso. Dovremmo guardare alle commemorazioni secolari nei diversi Paesi, poiché sono ingredienti essenziali per formare una nazione. Negli Stati Uniti la festa del Thanksgiving è sempre stata interpretata come una commemorazione nazionale e non religiosa. Resta da vedere se la commemorazione traumatica degli eventi a Ground Zero assumerà un’e s p re s - sione religiosa o se verrà volutamente mantenuta come luogo di commemorazione secolare. Le due versioni possono convivere tra loro se non pretendono di essere esclusive. In Francia la ritualizzazione secolare della festa nazionale del 14 luglio, con una parata militare lungo gli Champs Elisées, o la venerazione degli eroi nazionali francesi nel Pantheon di Parigi sono prettamente secolari. Ciò corrisponde all’ideologia di Stato francese post-rivoluzionaria della laicità. Serve da modello alle cerimonie nazionali di molti Paesi nel mondo, specialmente quelli che sono stati sotto il governo coloniale francese. Il culto degli eroi caduti per la nazione è considerato un’espressione importante della ritualizzazione secolare. La glorificazione di una persona che ha perso la vita da martire viene fatta dallo Stato e non dalla Chiesa. Molti gesti delle cerimonie secolari sono stati comunque presi dall’arsenale del linguaggio del corpo religioso. Talvolta sono apparsi banali, se ricordiamo il pianto ritualizzato nel lutto di massa nordcore ano.
    Ma i riti secolari sono soggetti al mutevole destino delle nazioni. Molti dei luoghi commemorativi nazionali tedeschi, per ovvie ragioni, dopo la seconda guerra mondiale sono stati messi da parte. I siti monumentali come il memoriale della battaglia delle nazioni durante le guerre napoleoniche nel 1813 nei pressi di Lipsia, che nell’anno del suo completamento, il 1913 era il sito più grande d’Europa, non viene quasi più visitato.
    Sembra che il processo di ritualizzazione nella sua versione secolare sia stato identificato con un’ideologia che ha perso fama e sostegno popolare. Sembra che la memoria religiosa resista ai limiti del tempo per periodi più lunghi. Se non fosse una questione di credenza o d’ideologia, che si può condividere o no, il veicolo della ritualizzazione religiosa potrebbe essere uno strumento valido per mantenere viva più a lungo una cultura della memoria. Queste diventano questioni aperte quando si tratta di prendere in considerazione la cultura della memoria della Shoah. Apprendere dall’esp erienza storica come il processo di ritualizzazione si è svolto in passato potrebbe darci un’indicazione su ciò che possiamo aspettarci in futuro riguardo alla cultura della memoria della Shoah. Ciò che appare evidente è che temiamo che senza una ritualizzazione in qualunque forma la memoria alla fine possa sbiadire.

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        Celebrazione della Shavuot in un kibbutz durante gli anni Cinquanta

     

    Ma il lavoro degli storici offre più garanzie
    di ANNA FOA

     
    È possibile intrecciare storia e ritualizzazione? Qui non si tratta di conciliare storia e memoria, ma di conciliare la storia con la forma estrema della memoria, cioè con il suo irrigidimento ritualistico. Devo dire che, come Yerushalmi nel suo Zakhor, tendo a vedere le funzioni del rituale, in tutte le sue modalità, come diametralmente opposte a quelle della storia.
    Introducendo nella continuità del passato le rotture temporali, o forse è meglio dire il tempo tout court, la storia compie una rivoluzione, assume insomma una funzione eversiva. Essa estrae dal contesto un evento, un fatto, lo analizza, lo mette in rapporto con altri fatti ed eventi, lo interpreta, lo ricontestualizza. La storia ha quindi una funzione individualizzante, illumina di un faro di luce un momento, un particolare, lo colloca nel tempo, lo sottrae a un continuum in cui le sue specificità non emergevano, lo chiama insomma. Il rituale rifiuta la dimensione temporale: il fatto o l’evento funzionano solo in quanto ricalcano la tradizione di altri fatti ed eventi precedenti, vi si rimodellano sopra. Il nome non conta, conta solo l’esempio, il senso simbolico che il fatto assume.
    Il rituale generalizza, appiattisce, soffonde una luce diffusa sul passato. La storia tende ad attribuire responsabilità ben distinte e basate su fatti accertati e provati. Il rituale deresponsabilizza l’individuo e lo accomuna sotto delle etichette morali: il giusto, il malvagio. Per lo storico (o almeno per il buono storico), il criterio dell’antisemitismo non spiega nulla, è una tautologia, a meno di non specificarlo nei suoi componenti, nella sua diffusione, nella sua provenienza, nella sua funzione. Altrimenti, si finisce per dire, come nelle analisi di alcuni cattivi storici, che gli antisemiti odiano gli ebrei perché sono antisemiti, cioè odiano gli ebrei perché odiano gli ebrei.
    Si può, potremmo chiederci, svolgere contemporaneamente queste due diverse azioni, studiare la Shoah e al tempo stesso ritualizzarla? Credo che ogni processo di ritualizzazione vada nella direzione opposta della crescita degli studi e delle conoscenze. Un processo di ritualizzazione, tanto più se religiosa e non civile, non può essere posto sotto l’ombrello protettivo della storia.
    La domanda diventa allora un’altra: se, in questo momento di confusione, di svolta generazionale, di possibile futura caduta delle sue priorità, la Shoah debba fare ancora parte della ricerca e della costruzione storiografica, o se tutto sia stato detto, tutto sia stato scoperto, tutto sia stato interpretato e si possa or mai, rinunciando alla memoria deliberata e consapevole, irrigidire queste conoscenze, pur facendo attenzione a non deformarle e a non falsificarle, in una struttura rituale e pietrificarle per preservarle nel futuro, se preferiamo renderle eterne. La storia avrebbe quindi qui una funzione non di crescita delle altra conoscenze o di loro più approfondita interpretazione, ma di mero guardiano dei fatti.
    Ma il rituale preserva davvero la memoria? È vero, nella ritualizzazione religiosa la memoria di alcuni fatti o eventi particolarmente significativi si preserva a lungo, anche per millenni, ma a patto di cancellare quella di molti altri fatti e di molti altri eventi, tutti quelli che non hanno trovato spazio nel rituale o che non è sembrato importante ricordare nel rituale perché offuscati da altri fatti considerati più significativi o a più alto valore simbolico.
    Certo, anche nella storia non tutto è riconosciuto, preservato, ricordato. Qualunque narrazione storica è sempre il frutto di una selezione, di una interpretazione. Ma nel rito, la selezione è fondamentale, la memoria di una piccola parte dei fatti diventa eterna solo a patto di comprendere tutto il resto senza menzionarlo, di schiacciarlo sul fatto ritualizzato. Ricorderemo così Auschwitz e non Treblinka, i deportati ungheresi e non quelli italiani, Terezin e non Dachau? Chi sceglierà i fatti, gli eventi più ritualizzabili, più simbolici?
    E la simbolizzazione, come è solitamente in questi casi, non renderà ancora più distante e irreale la realtà? Ci sarà un seder del 27 ricollegherà a quello delle feste già stabilite, Hannuka se si vuole sottolineare la resistenza, Pesah la liberazione? E si tratterà di un rituale solo ebraico, o si dovranno inventare forme ritualistiche anche per il cattolicesimo e il protestantesimo (per l’islam, la vedo più difficile, anche se non impossibile), visto che c’è una consapevolezza diffusa che la Shoah riguarda tutti, non solo gli ebrei? E se demoliamo questa consapevolezza, non rischiamo, ghettizzando la Shoah, di diminuirla, di cancellarne la memoria tranne che per gli ebrei?
    E se è vero che, come dice Lewy, la ritualizzazione religiosa resiste molto più di quella civile agli assalti del tempo, di che tipo di rituali avremmo bisogno, civili o religiosi?
    Un altro problema ancora è quello della riconciliazione, cioè della ricomposizione del trauma, della definizione del lutto, del perdono potremmo dire, usando un termine che non appartiene troppo alla tradizione ebraica. Come ben sappiamo, questo della riconciliazione è un problema che negli ultimi decenni ha assunto molta importanza nell’Europa post-coloniale e post-dittatoriale. Ma siamo sicuri che la ritualità potrebbe essere una strada che porta alla riconciliazione? Essa generalizza, non rende individuali le responsabilità, proprio il cammino opposto a quello della verità come garanzia della riconciliazione. Inoltre, finisce necessariamente per rinchiudere la memoria in un rito interno, dal momento che non vedo proprio come si potrebbe inventare dal nulla una ritualità interreligiosa: la ritualità è ancorata a una tradizione, parla il linguaggio della tradizione, ha tempi ancorati alla tradizione. Ogni tentativo in questo senso finirebbe inevitabilmente per chiuderla dentro la ritualità ebraica, e questo proprio nel momento in cui si è finalmente raggiunta la percezione che la Shoah riguarda tutti, e non solo gli ebrei.
    Solo analizzando con gli strumenti della storia i genocidi, gli eccidi, le violazioni dei diritti umani possiamo metterli a confronto in maniera utile, sottraendo questa riflessione a un uso politico inadeguato e sospetto. Il rituale mi sembra, su questo terreno, assolutamente deficitario, finendo o per rinchiudere la memoria della Shoah in un ghetto, o per aprirla indiscriminatamente banalizzandola.