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Relazioni bilaterali - Perché?

  •   Articolo di Mordechay Lewy
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    Perché la maggior parte degli ebrei ortodossi non dialoga con i cattolici?

     

    Solo pochi rappresentanti dell’Ebraismo sono realmente impegnati nell’attuale dialogo con i cattolici. Nel fare questo, a volte fanno miracoli per essere ovunque in qualsiasi momento. Quali sono le ragioni per cui così pochi partecipano a questo dialogo? Per quanto siamo favorevoli al continuo dialogo ai massimi livelli ufficiali, tra il Rabbinato Centrale d’Israele e la Santa Sede, rimane scetticismo da parte della corrente principale degli ortodossi. Perché la corrente principale dell’ebraismo ortodosso, in Israele come anche altrove, non è pronto per essere coinvolto?
    Vorrei premettere che il dialogo è caratterizzato da molte dimensioni di asimmetria; e con ciò non intendo soltanto la nostra sproporzione numerica rispetto ai cattolici. Mi sembra che l’ostacolo principale al confronto risieda in quello che la maggior parte degli Ebrei considera come autosufficienza nel definire la propria identità religiosa. Non abbiamo bisogno di nessun altro riferimento teologico, se non la Bibbia, per spiegare la nostra vicinanza a Dio come suoi figli prescelti.
    Essere i prescelti non è sempre stata una benedizione, per usare un eufemismo. All’inizio l’Ebraismo non era ostile al proselitismo. Nell’antichità post-biblica l’Ebraismo assorbì innegabili elementi della cultura greco-romana. Durante l’esilio, gli ebrei hanno dovuto segnare la loro identità in un ambiente potenzialmente e spesso realmente, ostile che non ha mai abbandonato il suo zelo religioso atto a convertire gli Ebrei. Questa tecnica di sopravvivenza includeva un’autosufficienza teologica, l’esclusività e la negazione del proselitismo. Lo spirito medievale con l’impulso enciclopedico alla compilazione delle summae ha portato Maimonides a scrivere la sua Mishne Tora. La sua opera fu codificata nel XVI secolo dal catechismo di Josef Caro, il Shulkhan Arukh. L’Ebraismo Alachico Ortodosso oggi si affida largamente al catechismo di Caro. Il suo scopo è di preservare la tradizione e la tecnica di sopravvivenza ad ogni costo, persino in Israele dove abbiamo creato l’unica società in cui gli ebrei costituiscono la maggioranza.
    È un dato di fatto che l’ebraismo Riformato e Conservatore siano più aperti al dialogo con I cristiani. Lo fanno dal punto di vista della loro esperienza americana dove la convivenza tra gruppi etnici e religiosi è intrinseca alla società americana. L’autorità principale dell’Ortodossia in America, Rabbi Soloweitchik, non approvava un dialogo interreligioso che conducesse alla discussione di principi di fede con i cattolici. Allo stesso tempo, non si rifuggiva da un dialogo che si basasse su questioni che potessero migliorare il bene comune della convivenza sociale. Pertanto, il dialogo con i cattolici viene circoscritto ad argomenti “leggeri” che toccano più questioni di politica religiosa (bioetica, ecologia, violenza, ecc.) e che non comprendono questioni “intransigenti” quali principi dottrinali di credo (la Trinità, la venuta del Messia, i Sacramenti, ecc).
    Ma ciò non è dovuto solo alla teologia esclusiva dell’autosufficienza. La maggior parte degli ebrei percepiscono la loro storia durante la Diaspora come una battaglia traumatica per la sopravvivenza contro i costanti sforzi da parte dei cattolici atti a convertirli gentilmente, o, nella maggioranza dei casi, coercitivamente.
    L’avversione ebraica al Cristianesimo esisteva già nell’antichità ed era dovuta alla “spaccatura familiare” nella quale le due parti erano in competizione per ottenere la benevolenza di Dio. Il processo di separazione della Prima Comunità cristiana dai vincoli dell’ebraismo tradizionale creò un vasto corpus di letteratura polemica nella quale anche gli ebrei hanno fatto la loro parte. L’animosità si è estesa al Medio Evo europeo, durante il quale gli ebrei vivevano come una minoranza sotto la dominazione cristiana, e fu persino ritualizzata in alcune preghiere ebraiche. Molti ebrei ortodossi non volevano entrare in una chiesa né confrontarsi con un crocefisso.
    Questo comportamento traumatico continua oggi come un riflesso pavloviano. Una ferita grave e dolorosa, inflitta nel passato, si apre ogni qualvolta la vittima si trova di fronte ai simboli del carnefice. Questo modello di comportamento può essere considerato offensivo. Contribuisce a un nuovo ciclo di polemiche e di posizioni apologetiche da parte cattolica.
    Tuttavia, oltre a ciò, vi è anche un ostacolo invisibile e di cui non si parla. L’avvio di ogni dialogo è il senso di curiosità fondamentale di conoscere meglio la controparte. Conoscere meglio l’altro implica il comprenderlo meglio. Tolstoy, nel suo Guerra e Pace ha coniato la famosa frase: tout comprendre c'est tout pardoner. Potrebbe essere che molti di noi, ancora traumatizzati, desiderino evitare ogni situazione in cui si debba perdonare qualcuno, specialmente se viene identificato giustamente o erroneamente come rappresentante del carnefice. La vittima ebrea sembra essere incapace di concedere l’assoluzione per misfatti lontani o recenti perpetrati contro i suoi fratelli e sorelle. Abbiamo anche un’importante asimmetria ti carattere normativo. I cattolici sono abituati alla pratica settimanale della confessione per ricevere l’assoluzione. Nell’ebraismo, non esiste questa prassi: solo in occasione dello Yom Kippur cerchiamo l’assoluzione da Dio e chiediamo perdono ai nostri simili. Ma questo accade, come sappiamo, solo una volta l’anno.
     

    Perché dovrebbero unirsi al dialogo?

     
    L’ebraismo si fonda sul riconoscimento dell’unità della “razza umana”, la legge della giustizia e della verità che regnano supreme sopra ogni uomo, a prescindere dalla razza o dalla religione. L’onestà non è condizionata dalla nascita. I gentili possono conseguirla così come gli ebrei, come citato nel Tosefta, Sanhedrin 13, “I giusti tra i Gentili hanno il loro posto nel mondo a venire”. Nel Levitico, 19:18, “Amerai il prossimo tuo come te stesso”, si applica ad ogni essere umano. Quei principi sono riconducibili ad un rispettoso trattamento dell’altro. Nonostante le mutate condizioni di vita in Europa, le fonti rabbiniche medievali mostrano rispetto verso le altre religioni. Non solo Maimonide, ma anche Rabbi Menachem Hameiri di Perpignan (1249-1315) riconobbe nel suo commento al Talmud Beit Habechira che i musulmani e i cristiani meritano onestà nelle transazioni economiche, come “popoli definiti dai modi della religione” (commenti sui trattati Baba Metzia 27a e  Baba Kama 113b). Rabbi Moshe de Coucy nel XIII secolo proibiva “di ingannare sia l’ebreo che il gentile” (Semag, § 74). Rabbi Joseph Caro (1488 -1575) nello Shulchan Aruch dichiara che “i gentili di oggi non sono considerati idolatri in riferimento alla restituzione degli oggetti perduti e di altre questioni” (Hoshen Mishpat, § 266). Rabbi Moses Rivkes (1600-1684), autore di un commento sullo Shulchan Aruch, scrisse nella Beer Hagolah, 7:7, che i cristiani “credono nella creazione del mondo, nell’Esodo, nella Rivelazione sul Sinai e pregano per il Creatore”. Rabbi Jacob Emden (1698 – 1776) in una lettera alla Comunità Ebraica Polacca, si appella ai Cristiani per trattare i sabbatiani come apostati [v1] , “Poiché è riconosciuto che anche il Nazzareno e i suoi discepoli, in particolar modo, Paolo, hanno ammonito sulla Torah degli Israeliti a cui tutti i circoncisi sono legati. E se sono veri Cristiani, essi osservano la loro fede con la verità e non permettono tra i loro confini questo nuovo messia inadatto…  Sabbatai Zevi… Invero, anche secondo gli scrittori dei Vangeli, ad un ebreo non è permesso di lasciare la sua Torah”. Questo passaggio è tratto da un’appendice al Seder Olam Raba di Emden, Hamburg 1757, p.33. nel suo commento, Lechem Shamajim sul Mishna Tractate Avot, Amsterdam 1751, p. 41, Emden loda la dottrina musulmana e cristiana: “i saggi di Edom e gli Ismaeliti parlano in nostro favore… grazie al comune insegnamento divino che condividono… Benché alcuni stolti abbiano quasi cercato di annientarci…I saggi tra di loro sono stati forti come leoni contro i malvagi, specialmente i saggi cristiani che seguono sempre la verità… Essi sono stati i nostri protettori e ciò sarà considerata un’azione caritatevole da parte loro”…
    L’Ortodossia ebraica, pluralistica nel suo approccio verso i Cristiani nel lontano passato, sembra aver resistito al cambiamento dopo la Shoa. Dei tre atteggiamenti prevalenti verso i cristiani, solo gli Charedim ortodossi sono completamente negativi, guidati dallo Psak Halacha [verdetto halachico] del 1967 del Rabbino Moshe Feinstein (1895- 1985). Questo verdetto, pubblicato nel Igrot Moshe, Yore Dea 3:43 proibiva gli incontri con i preti. Per il momento, l’attitudine dei Charedim, che delegittimizzano persino altre denominazioni ebraiche ortodosse, persiste. La corrente principale dell’ebraismo ortodosso esprime il suo atteggiamento attraverso Rabbi Joseph Ber Soloveitchik (1903-1993) e il suo articolo programmatico “Confronto” (Tradizione: diario del pensiero ortodosso, 1964) – considerato una risposta alle riflessioni precedenti a Nostra Aetate. Benché egli neghi la possibilità del dialogo religioso, che considera dottrinale per natura, suggerisce una piattaforma comune di azione concertata nella sfera pubblica secolare. I parametri di Soloveitchik sono:
    1. Il raggio d’azione Ebraico-Cristiano per il bene comune è ristretto alla sfera secolare, come Dio ha comandato all’umanità nella Genesi 1:28: riempite la terra e rendetevela soggetta.
    2. Relazioni rispettose tra le religioni necessitano di una rigorosa non interferenza. Ci si dovrebbe astenere dal suggerire alle altre fedi cambiamenti relativi ai rituali o emendamenti ai testi.
    Quaranta anni di dialogo Ebraico-Cattolico dopo Nostra Aetate sono stati un periodo di prove ed errori reciproci in cui si è sviluppato un proprio dinamismo. L’emergente ortodossia moderna si è spinta oltre i confini delineati da Soloveitchik, diventando il nucleo delle correnti ebraiche ortodosse che portano il messaggio del dialogo attuale. Uno dei loro celebri portavoce, Rabbi David Rosen, ha spiegato le ragioni fondamentali del dialogo con I Cattolici in questo modo:
    1. L’ignoranza genera il pregiudizio e pertanto minaccia il benessere delle comunità, specialmente per le minoranze. Attraverso il dialogo, le barriere dei pregiudizi e degli stereotipi vengono rimosse e si incoraggia il rispetto reciproco.
    2. Una base ulteriore per le relazioni interreligiose è la percezione di una “agenda comune”, poiché nessuna religione è un’isola. Tutte le religioni dell’Occidente sono diventate delle minoranze in un mondo sempre più secolarizzato.
    3. Ogni religione è uguale davanti a Dio con la sua propria verità. La rivendicazione del monopolio sulla verità equivale a limitare l’incontro con il Divino.
    4. L’identità del cristianesimo è legata in maniera unica alla storia Ebraica e alla rivelazione, nonostante le nostre differenze fondamentali. Poiché l’Ebraismo ci insegna che è un nostro dovere testimoniare la presenza di Dio e santificare il Suo nome nel mondo, abbiamo l’obbligo di lavorare insieme.
    I cristiani e gli ebrei guardano indietro a 2000 anni di passato comune traumatico. Dopo la Shoa la Chiesa cattolica ha avviato negli anni sessanta un cambiamento radicale nei riguardi degli ebrei. La conversione è bandita ad un orizzonte escatologico distante e sconosciuto. La capacità di sopravvivenza dell’ebraismo è garantita dalla fondazione dello Stato Ebraico. Loro ci porgono la mano. Sarebbe insensato non afferrarla, a meno di non voler ipotecare il nostro futuro con una costante animosità con il mondo cattolico. I primi 2000 anni non legittimano una ripetizione. Entrambi meritiamo di meglio.

     [v1]????